La Rivista del Sindaco


L’INCERTO AUTUNNO DELLE UNIONI DI COMUNI - COSA FARNE?

La Rivista del Sindaco 07/10/2016 Studi e Ricerche

Che fine ha conseguito l’obbligo della gestione associata per i piccoli Comuni?

Delle Unioni di Comuni (UdC) ogni tanto si torna a scrivere o a parlarne, spesso con scarsa cognizione di quel che sta accadendo: funzionano, non funzionano? Ma, prima ancora: quante sono? E quanto di queste sono vive e vegete e quante, invece, sono agonizzanti se non del tutto prive di vita? Infine: si investe ancora su questo fronte? Si punta ancora sulle Unioni di Comuni o, ormai, sono passate di moda e si punta sulle fusioni?

L’argomento – è comprensibile – non è da prime pagine dei giornali, ma il 20 settembre il Quotidiano on-line per gli Enti locali del Sole 24 Ore ha pubblicato una sintetica analisi sul fenomeno delle Unioni di Comuni a cura dell’Osservatorio ANCI-Ifel.

L’effetto che l’articolo pubblicato ha prodotto su coloro che si occupano dell’argomento da qualche tempo, raccogliendo quotidianamente dati ed elaborandoli al fine di comprendere quale sarà il destino a breve delle Unioni di Comuni, è di perplessità: si offre un quadro ricco di numeri su quello che dovrebbe essere successo, ma scarso di informazione sulla realtà odierna del fenomeno associativo.

Abbiamo dunque ripreso in mano storie e dati e abbiamo proceduto, per questo anno, ad una seconda analisi sulla realtà delle Unioni dei Comuni. I dati dei Certificati di Conto Consuntivo raccolti ed esaminati si riferiscono al 2014, ma il confronto con i dati SIOPE 2015 confermano lo scenario 2014.

Le conclusioni del nostro lavoro qui pubblicate non possono fare a meno di rilevare un diffuso stato di crisi, una vera e propria paralisi del progetto alla base della cosiddetta legge Del Rio.

Queste le due principali evidenze rilevate:

  • le UdC anagraficamente registrate come “vive”, cioè non cessate, sono 413; di queste nel 2014 presentano bilanci con importi di spesa corrente diversi da zero 264 Unioni;
  • la lettura dei bilanci 2014 di tali 264 Unioni presenta una tipologia di “identità” associative straordinariamente variegata: si va da UdC volumi di attività annui per un valore totale di poco meno di 4000 Euro a Unioni con oltre 50 milioni di spesa corrente; Unioni che rappresentano Comuni con popolazione complessiva inferiore a 1000 anime e altre che superano i 100.000 abitanti.

Si impone, dunque, una “scrematura” con l’obiettivo di individuare le UdC meritevoli di essere prese in considerazione. Abbiamo pertanto individuato un sottoinsieme delle 264 UdC “efficienti”. Tali sono state definite, sulla base di parametri opinabili ma dotati di un qualche fondamento, le UdC che rispondono ai seguenti requisiti:

  • Una popolazione complessiva superiore o uguale a 5000 abitanti
  • Una spesa corrente pro-capite superiore o uguale a 50 €
  • Una dipendenza da trasferimenti da Enti diversi dai Comuni che non superi il 40% del Totale delle Entrate correnti

Operando contestualmente con tutti e tre i fitri individuati, il numero delle UdC passa da 264 a 88; il numero di Comuni da 1393 a 505; la popolazione coinvolta da quasi 6 milioni a quasi 2,5 milioni; le Entrate correnti totali passano da 807 milioni a 516 milioni.

Si conferma così che il progetto dell’associazionismo intercomunale basato sulle Unioni di Comuni è stato tenuto in scarsa considerazione sia dai Comuni che dalle Regioni: Abruzzo, Calabria, Campania, Liguria, Molise dispongono di una sola UdC efficiente, ma tra queste solo l’UdC abruzzese può definirsi “robusta” per dimensione demografica e finanziaria.

La Calabria e la Campania si collocano in fondo alla lista per capacità finanziaria: essi dispongono di risorse in valore assoluto del tutto inadeguate. L’Emilia Romagna è la regione che mette in campo il maggior numero di Comuni (100) e la percentuale più elevata di popolazione (il 42% del totale nazionale).

La Lombardia si conferma prima anche quanto a numero di UdC efficaci, mentre per volume complessivo di massa finanziaria mobilitata (in valore assoluto) è terza, dopo Emilia Romagna e Toscana (in termini pro-capite il primato passa alla Toscana).

I Comuni che fanno affidamento sulle Unioni da essi create sono una forte minoranza tra quanti sarebbero tenuti all’obbligo associativo: il numero dei Comuni che non hanno (ancora) mai pensato di associarsi sono la maggioranza; e molti sono anche i Comuni che hanno interrotto esperienze associative avviate negli anni passati.

 
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Il presente lavoro sarà seguito, a breve, da un’analisi integrativa condotta, questa volta, sui dati di cassa SIOPE 2014 e 2015, anche al fine di evidenziare gli effetti dell’attuazione delle norme concernenti l’obbligo delle gestioni associate per tutti i Comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti.


Articolo di La Posta del Sindaco

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