La Rivista del Sindaco


SPENDING REVIEW, TRA FALLIMENTI E PARZIALI SUCCESSI

La Rivista del Sindaco 13/03/2017 Revisione della Spesa (Spending Review)

Sei commissari ci hanno provato: dal primo tentativo di Piero Giarda all’attuale di Yoram Gutgeld

Spesa pubblica, la guerra perduta (di Marco Ruffolo su “La Repubblica Affari&Finanza” del 13 marzo 2017) 
E’ da almeno 10 anni che la revisione della spesa ha - almeno in teoria - un ruolo importante nei programmi dei vari governi che si sono avvicendati. Il primo tentativo per cercare di far risparmiare lo Stato, però, si deve far risalire a 30 anni fa con la commissione per la spesa pubblicata guidata da Piero Giarda. Da allora si sono succeduti altri 5 commissari: Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cotterelli, Roberto Perotti e il tuttora in carica Yoram Gutgeld. E un bilancio sul grado di (in)successo dei diversi tentativi di ridurre la spesa pubblica si può desumere dalle dichiarazioni di alcuni di questi commissari: secondo Roberto Perotti, ad esempio, si può parlare di un’operazione senza speranza, sia per quanto riguarda le esperienze passate sia, ahimè, per quelli attuali o future. In un possibile successo sembra invece ancora riporre fiducia l’attuale commissario Yoram Gutgeld. Bilancio in chiaro scuro, infine, per l’ex commissario Carlo Cottarelli, che parla di traguardi raggiunti e di occasioni mancate. Di sicuro non si è pentito di averci provato: “Ma s’io avessi previsto tutto questo, forse farei lo stesso”, è l’epigrafe gucciniana all’inizio del suo libro “La lista della spesa”. Anche perché, in mezzo a diversi fallimenti, qualcosa di concreto in realtà si è fatto e si sta facendo. Ma, intanto, lo Stato italiano spende troppo? Se si esclude la spesa per gli interessi sul debito, il costo della macchina statale è in linea con quella degli altri Paesi dell’eurozona: circa il 46% del Pil. Dal 2009 in poi, nel bel mezzo della peggiore recessione economica che il mondo abbia conosciuto dopo quella del 1929, la spesa pubblica ha cominciato a frenare, anzi, tenendo presente l’inflazione e una crescita del “solo” 2,1% in più in sette anni si dovrebbe più propriamente parlare di una riduzione. E’ la politica dell’austerity che l’Europa ha imposto all’Italia e agli altri Paesi con un alto debito: ridurre le spese per tranquillizzare i mercati e convincerli che quel Paese riuscirà a pagare il suo debito. Quindi maggiore fiducia, spinta degli investimenti esteri e ripresa dei consumi interni. E’ la teoria che, con un ossimoro, viene definita dell’”austerità espansiva”. La lunga recessione subita da allora, con la perdita di circa 10 punti di Pil, sembrerebbe però smentirla. Questo però non significa che la spending review sia sbagliata, tanto è vero che il grosso del taglio alle spese è avvenuto non riducendo gli sprechi, ma bensì tagliandole in maniera lineare e indiscriminata. Una riduzione delle spese fatta in maniera mirata, colpendo cioè soltanto gli sprechi, ha cominciato a dare i suoi frutti soltanto a partire dal 2014: da allora si sono tagliati circa 32 miliardi di spesa, essenzialmente - afferma Gutgeld - grazie alla spending review. Va detto, però, che nello stesso periodo ci sono state altre spese, con un aumento di 33 miliardi. Si è speso quindi un po’ di più, però comunque eliminando degli sprechi e spostando risorse su altri settori per scelte fatte dal Governo tra bonus, rinnovo dei contratti e adeguamenti delle pensioni.  

Il piatto forte della riduzione della spesa, il settore dove è fuori discussione che si sia riusciti effettivamente a conseguire dei risultati positivi è senz’altro quello degli acquisti. Grazie alla riduzione delle stazioni di acquisto - passate da 35 mila a 33 - e l’obbligo sempre più esteso per le pubbliche amministrazioni di ricorrere agli acquisti centralizzati si è riusciti a conseguire dei risparmi significativi su molti beni di largo consumo. Ad esempio, fino al 60% di sconto sulle stampanti, il 42% sui cellulari, il 13% sulla benzina, il 4,3% sulle citycar. In media un 20% in meno. Ultimamente si è anche arrivati ad un prezzo unico nazionale per aghi e siringhe, quando prima ce n’erano almeno 20 diversi (quante sono le Regioni) con delle differenze di prezzo apparentemente ingiustificabili, ai limiti del paradosso. Il tutto è equivalso a tre miliardi di risparmi tra il 2014 e il 2015 - stima Cottarelli - e il doppio è atteso per i prossimi due anni. Purtroppo però, attraverso la più grande delle stazioni degli acquisti - la Consip - passa ancora soltanto una piccola quota degli acquisti: 7 miliardi su 90.  Uno degli obiettivi di una spending review fatta bene sarebbe tuttavia anche quello di redistribuire le risorse tra i diversi settori. Ad esempio ai Comuni, per la Sanità o le Università si dovrebbero trasferire le risorse non in base alla spesa storica, ma ai reali fabbisogni. I cosiddetti fabbisogni standard, che però non sono stati ancora definiti perché, per poterlo fare, andrebbero prima stabiliti - come prescritto dalla legge -  i “livelli essenziali di prestazione”, ovvero gli obiettivi minimi dei servizi da offrire ai cittadini. Succede quindi che si ricorre a complicate approssimazioni, per decidere come ripartire le risorse, con risultati a volte paradossali. Ad esempio si è scoperto di recente che un Comune come Roma, che spende più del dovuto e offre meno servizi della media, riceverà dallo Stato più di prima. Quanto al capitolo Sanità, spiega Cottarelli, “il sistema dei costi standard non viene utilizzato né per quantificare né per ripartire le risorse del fondo sanitario nazionale, che è invece determinato in base a valutazioni politiche”. La prossima sfida a cui sta lavorando l’attuale commissario Gutgeld riguarda il riordino delle forze armate, per evitare sovrapposizioni e centralizzare gli acquisti. Ma avrà l’attuale Governo, o il prossimo, la forza di andare fino in fondo nel perseguire il tentativo di riorganizzare la spesa pubblica? Cottarelli lamenta che molte delle sue indicazioni sono rimaste sulla carta. Il pessimista Perotti ritiene che sia una battaglia persa in partenza. Una cosa è certa, conclude l’articolo: di  revisione della spesa si sente parlare sempre di meno. E’ il segno di una resa finale o al contrario di un lavoro in sordina fatto per tentare un suo rilancio?

Articolo di Loris Pecchia
Laureato in Scienze Politiche e relazioni internazionali con specialistica in Indirizzo dell’amministrazione e dell’organizzazione pubblica. Svolge le attività di revisione FAQ e di segreteria presso la Halley Informatica dal 2013.


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