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Il modello Emilia-Romagna nella innovazione della PA

21/08/2019 ICT e Innovazione

La cittadinanza digitale passa anche attraverso gli iter della Pubblica Amministrazione. Questo è il caso della Regione Emilia-Romagna, dove si sta testando con un discreto successo un modello di sviluppo basato sulla creazione di Comunità Partecipative.

Questa sperimentazione unisce in modo sapiente due modi di dire dall’elevata efficacia “Lavorare assieme, lavorare meglio” e “Con più soddisfazione, con più risultati”, attualmente i risultati di questo progetto nato sulla base di una nuova lettura del contesto, danno conferme alla Regione.

Infatti, basti pensare alla compartecipazione di diversi ambiti all’interno di molte materie trattate dagli Enti, nonostante ci fossero le possibilità di lavoro comune, questo veniva in qualche modo eliminato, utilizzando il poco produttivo metodo di lavoro a compartimenti stagni, il quale non prevede partecipazione ed è contrario al principio di snellimento delle pratiche.

Tale proposito ha dato inizio ad un percorso di co-progettazione, coadiuvato dal tutoring dell’Associazione Internazionale dei Facilitatori, che nel primo periodo ha occupato solo un gruppo ristretto di funzionari pubblici, per poi essere allargato nei mesi successivi, fino ad arrivare alla possibilità di dimostrare attraverso i numeri i risultati.

L’idea nasce dalla necessità per un gruppo di persone con lo stesso obiettivo di interagire reciprocamente, come sostenuto circa 30 anni fa da Étienne Wenger. Si è quindi pensato dapprima a dove migliorare l’impatto delle politiche messe in atto dalla PA e poi alla creazione di un sistema di collaborazione intersettoriale, fornendo tutti gli strumenti per collaborare e partecipare.

Sin dal principio la comunità ha utilizzato piattaforme utili alla collaborazioni, aprendo un collegamento su ioPartecipo+, il sistema che in Regione si utilizza per sostenere i processi partecipativi, non molto lontano dai moderni mezzi di condivisione di conoscenza, Wikipedia su tutti. Però il criterio di volontarietà dista dalle rigide regole della PA, quindi si è cercato un punto che unisca la libertà, l’informalità e l’effettiva necessità di ricorrere ad un’attività non ancora normata.

Sono stati i risultati però a dare soddisfazione a questo gruppo, infatti per arrivare ad approcciarsi allo smart working, non puoi collegarti ai criteri di orario, mansionario o altro, ma all’impatto che ogni contributo porta alla collettività.


Articolo di Gianluca Galli
Laureato in Scienze Sociali per gli Enti No-Profit e la Cooperazione Internazionale. Si occupa del settore normativa presso la Halley Informatica dal gennaio 2018.


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