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MAL DI CITTÀ

30/11/2016 Territorio e governo locale

Secondo un recente sondaggio nelle grandi città italiane si vive sempre peggio. In aggiunta, le metropoli italiane escono male dal confronto con le corrispettive europee

Due articoli che, seppure in maniera e contesti diversi, affrontano il tema della qualità della vita nelle grandi città e metropoli italiane. Il primo - apparso sul quotidiano Milano Finanza - sintetizza i risultati di un’indagine condotta da Italia Oggi in collaborazione con l’Università “La Sapienza”; il secondo - apparso su Il Sole 24 Ore - presenta i risultati di uno studio condotto dal Cresme (il Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia) e dall’Acer (l’Associazione costruttori edili di Roma e provincia) sui piani urbani di sviluppo con orizzonte di lungo periodo di 30 città mondiali.  

Sempre più nella città piccola c’è vita buona (di Marino Longoni, da “Milano Finanza” del 30 novembre 2016) Stando all’indagine condotta dal quotidiano Italia Oggi in collaborazione con il Dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’Università “La Sapienza” di Roma - giunta quest’anno alla diciottesima edizione - nelle grandi città si vive sempre peggio. Questo sembrerebbe essere il risultato più evidente dello studio. Infatti tutte e cinque le più grandi città italiane stazionano nella parte bassa della classifica e perdono posizioni rispetto agli anni precedenti.  Milano, peraltro ultimamente tanto celebrata, passa da una pur sempre onorevole 36esima posizione di due anni fa alla 56esima del 2016; Roma si conferma città in grande difficoltà, e se due anni fa occupava la 57esima posizione, ora è scivolata all’88esima; Torino ha perso cinque posizioni in due anni (70esima), Palermo nove (104esima) e Napoli cinque (108esima, terz’ultima in classifica).  Se invece si guarda alle prime dieci del podio - Mantova (la vincitrice), Trento, Belluno, Pordenone, Siena, Parma, Udine, Bolzano, Vicenza e Lecco - non si può non constatare che, fatta l’eccezione di Parma, le meglio piazzate sono tutte città di piccole-medie dimensioni (sotto i 100 mila abitanti). Viene quindi confermata una tendenza già emersa nella precedente edizione: piccole città, migliore qualità della vita. Altro dato che emerge con evidenza - e anche in questo caso si è in presenza di una conferma che data nel tempo - è il fatto che le città del Sud si posizionano quasi esclusivamente nella parte bassa della classifica. Ma anche tra le città del Nord, che occupano prevalentemente la parte alta della classifica, si osserva una demarcazione territoriale abbastanza netta tra chi fa meglio - il Nord-Est - e un Nord-Ovest che invece appare in difficoltà: tanto che la città meglio piazzata in classifica è Cuneo, scesa dalla sesta alla 13esima posizione. 

Le città che pensano in grande (di Giorgio Santilli, da “Il Sole 24 Ore” del 30 novembre 2016) Se nell’articolo precedente le grandi città italiane escono male dal confronto con quelle cosiddette “di provincia”, in questo è il paragone con le metropoli europee a destare un certo sconforto e preoccupazione. Infatti, stando allo studio presentato dal Cresme a Roma, tutti i 30 piani urbani di sviluppo con orizzonte di lungo periodo (dal 2030 al 2050) delle metropoli mondiali (molte europee) - in prevalenza capitali - presi in esame ridefiniscono profondamene la visione della città in chiave demografica, infrastrutturale, ambientale. Tutti ad eccezione di quelle delle città italiane. E se di città come Milano e Torino si può dire che qualche passo nella direzione di una pianificazione che ripensi gli assetti e i modelli di sviluppo urbano è stato fatto, da Roma, capitale d’Italia, emerge invece un impietoso quadro di immobilità pressoché totale. Non vengono attribuite responsabilità specifiche all’attuale giunta al governo di Roma, ma a un “sistema capitolino amministrativo e politico” che appare molto lontano dalla cultura della pianificazione cui le altre capitali europee si ispirano ormai da anni. Certo la vicenda del rifiuto della candidatura ad ospitare le Olimpiadi e lo stallo amministrativo che sembra aver caratterizzato i primi sei mesi della giunta Raggi pongono un problema di assoluta continuità con il deficit pregresso e allontanano ancora di più la capitale dalle esperienze in corso in giro per l’Europa. Nulla che assomigli al “London Infrastructure Plan 2050” che ha per slogan “Bigger and better” e pianifica la creazione di 600 nuove scuole e college per rafforzare la leadership mondiale nella formazione dei figli delle borghesie di tutto il mondo; o al piano “Grand Paris” che prevede la realizzazione di 70mila nuove abitazioni e lo sviluppo di 200 chilometri di nuove metropolitane, 4 nuove linee e 68 nuove stazioni progettate coinvolgendo architetti di fama mondiale. E così per Stoccolma, Amburgo, Copenaghen, Berlino o Barcellona.  Secondo i dati dell’Onu, il 77% delle città europee sopra i 300 mila abitanti è cresciuto demograficamente nel periodo 2000-2014, e il 96% è destinato a crescere nei prossimi 15 anni. E, come nell’800, saranno soprattutto le capitali a crescere. Un fenomeno che riguarda ancora di più i Paesi emergenti - si prevedono aree urbane da 100 milioni di abitanti - ma che interessa anche la vecchia Europa. 

“Tutti progettano il loro futuro - dice il direttore del Cresme, Lorenzo Bellicini - perché si rendono conto che siamo in una fase di transizione. Il Pil passa per le città. Colpisce come il fattore demografico, quello ambientale, quello infrastrutturale siano al centro dei piani di sviluppo delle città europee. Ognuno cerca una specializzazione, ma al tempo stesso ci sono elementi trasversali comuni. Non c’è città che non abbia un piano per l’aria pulita, non c’è città che non ritenga fondamentale l’espansione demografica. L’Italia è purtroppo perdente nel confronto e si capisce come il problema non sia più soltanto determinato da ostacoli burocratici o da mancanza di risorse: il problema è l’assenza di una visione”. Se per Milano qualche segnale di risveglio c’è stato, la posizione di Roma non è affatto migliorata negli ultimi anni. Piuttosto è il deserto per una città che rincorre solo e unicamente le emergenze.  “Quando parliamo di investimenti - prosegue Bellicini - diamo un’accezione molto ampia perché ormai tra costruzioni e ambiente non c’è più alcuna differenza, e non si può più neanche parlare di riqualificazione perché nel mix di investimenti c’è rigenerazione urbana, offerta di servizi e trasformazione dei comportamenti, accoglienza, dato ambientale e digitale-ecologico come prioritari”.
Articolo di Gianluca Galli
Laureato in Scienze Sociali per gli Enti No-Profit e la Cooperazione Internazionale. Si occupa del settore normativa presso la Halley Informatica dal gennaio 2018.


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